Nel 1974 tra pregi ed accostamenti importanti per Valentino Zeichen, ci fu un bell’articolo di Nicola Garrone su Paese Sera nel giugno e su l’Avanti! in agosto dello stesso anno, esaltando la poetica dopo il “nulla semantico” della poesia contemporanea. Giulio Ferroni (che cura la prefazione dell’intera raccolta di Poesie 1963-2014 di Valentino Zeichen) professore ordinario di Letteratura italiana alla Sapienza di Roma dal 1982 al 2012, definisce Zeichen come “un libertino minimale, estroso viaggiatore sei-settecentesco (qui ritrovo Ghirri e Celati), con una sua morale tutta costruita e gestita da se stesso”. Definisce Zeichen un “ingenuo smaliziato” con “una nostalgia per l’antica nobiltà del poeta”. E leggendo i suoi Diari del 1999, lo stesso Zeichen dimostra a distanza di anni di essere il poeta “nobile” che ha dedicato la sua vita a nient’altro che alla poesia, unica vera sposa. Egli soffre per una povertà economica causata dalla mancanza di disciplina nel comporre un romanzo, sottolinea: “se avessi avuto una donna editor”. E insiste nel diario con il rammarico di essere un poeta affermato ma comunque povero.
In un’intervista alla figlia su Tv 2000 (si trova su YouTube), Marta Zeichen dichiara che il padre avrebbe potuto fare una vita più agiata, ma la sua scelta è stata radicale. La riflessione da fare è relativa alla decisione di un uomo di dedicare la propria vita ad una passione.
Non c’è niente di più nobile ed elevato.


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